martedì 31 luglio 2012

Requiescant

1967, di Carlo Lizzani. Con: Lou Castel, Pier Paolo Pasolini, Mark Damon, Ninetto Davoli, Franco Citti, Barbara Frey, Mirella Maravidi. 

 
Più che onesto (ma neache memorabile, visti i valori in campo...) western dai toni terzomondisti, diretto dal regista "impegnato" Carlo Lizzani con la partecipazione niente di meno che di Pier Paolo Pasolini nella parte del prete rivoluzionario Don Jaun (con Ninetto Davoli e Franco Citti al seguito), quasi a voler sussidiare la fusione simbolica tra le istanze della sinistra radicale e quelle del mondo cattolico più puro.
La presenza di Lizzani (che nello stesso anno firma un altro western, Un fiume di Dollari) e Pasolini dimostra una volta di più che nel quinquennio d'oro degli "spaghetti" un po' tutti, per vocazione o per "costrizione", si approcciavano al genere.
Bravo Lou Castel, la cui espressività un po' statica giova al fine di animare il pistolero un po' ingenuo e timorato di Dio, che intona il requiescant in pace dopo aver accoppato il malcapitato di turno, sempre nel nome della giustizia e delll'affrancamento degli oppressi penoes dal perfido latifondista yankee. La pellicola, infatti, è un tortilla western un po' sui generis, visto che mette a fuoco non lo scontro istituzionale e politico in senso stretto rappresentato dalla rivoluzione, ma l'altra faccia della medaglia, ovvero la contrapposizione, più ideologica e di derivazione più prettamente marxista (e intellettuale), tra il capitale (ovviamente rappresentato dal nordamericano) e il sotto-proletariato sfruttato.

Da un punto di vista prettamente stilistico, paradossalmente, la direzione di Lizzani è piuttosto accademica e sotto molti punti di vista sembra attingere più dal western classico americano che non al "rivoluzionario" western italiano.
Commento sonoro di Riz Ortolani, senza infamia e senza lode.

domenica 29 luglio 2012

Le colt cantarono la morte e fu... tempo di massacro

1966, di Lucio Fulci. Con: Franco Nero, George Hilton, Nino Castelnuovo, Linda Sini, Giuseppe Addobbati, Tom Felleghy.
Primo dei tre western diretti da Fulci, Le colt cantarono la morte e fu... tempo di massacro mostra già in nuce il suo gusto per il particolare truculento e la sua attitudine al cinema della crudeltà, che si sarebbero poi manifestati il tutto il loro "splendore" da lì a pochi anni con le pellicole horror (grazie alle quali ha assunto lo status di regista di culto) e che avrebbero trovato in I quattro dell'apocalisse (per chi scrive, il suo western migliore), un'importante tappa intermedia. 
Il film, ovviamente, è violentissimo e quasi del tutto privo dell'ironia (nera) tipica degli spaghetti western, fatte salve un paio di battute di Jeffrey, il personaggio interpretato da George Hilton (perennemente sbronzo ma preciso come un cecchino con la Colt) e del curioso tuttofare cinese. Franco Nero, va beh, è Franco Nero, il Clint de noantri. E di Clint indossa pure i vestiti in questo film: i costumi di scena sono i medesimi utilizzati da Eastwood nella Trilogia del Dollaro!
Merita senz'altro una menzione anche Nino Castelnuovo (ve lo ricordare il tizio che saltava la staccionata nella celebre pubblicità dell'Olio Cuore degli anni '80? Beh, è lui), assolutamente convincente nella parte (per lui insolita) dello psicotico e feroce fratellastro di Nero.

Molto peculiare la fotografia, a tratti straniante, con le tonalità bianche luminosissime (pur senza essere sovraesposte), contrappuntate da colori cupissimi nelle scene più buie e da un cielo perennemente grigio, e non per fattori meteorologici.
La sceneggiatura è di Fernando Di Leo e sembra ricercare alla lontana ispirazione dalla tragedia greca (lo conferma lui stesso un un paio di interviste), visti gli edipici ammazzamenti famigliari e le relative implicazioni, inconsuete per un western. 

Musiche del grandissimo Piero Umiliani.

sabato 28 luglio 2012

Dio perdona... io no!

1967, di Giuseppe Colizzi. Con: Terence Hill, Bud Spencer, Frank Wolff, José Manuel Martin, Frank Braña, Francisco Sanz, Gina Rovere.

Primo capitolo della trilogia di Giuseppe Colizzi (seguiranno I quattro dell'Ave Maria nel 1968 e La collina degli stivali nel 1969),  Dio perdona... io no!, oltre ad essere un assolutamente pregevole spaghetti western, ha il non trascurabile merito di aver messo insieme per la prima volta sul grande schermo come protagonisti (si erano già incrociati in gioventù su un paio set, con ruoli molto marginali, ma mai interagendo) la coppia di attori più celebre, sondaggi alla mano, del cinema italiano: Bud Spencer (Carlo Pedersoli) e Terence Hill (Mario Girotti).
Certo, siamo ancora lontani dalla canonizzazione della coppia in chiave comica, perfezionata irreversibilmente da E.B. Clucher (Enzo Barboni) con il celeberrimo Lo chiamavano Trinità. Terence Hill è ancora un giovane virgulto ingaggiato - all'ultimo momento, quale rincalzo di Peter Martell (Pietro Martellanza), infortunatosi all'inizio delle riprese - per lo più perchè assomiglia a Franco Nero (e come tale si comporta e recita) e Bud Spencer (già doppiato dalla sua "voce" storica, Glauco Onorato), dopo qualche esperianza attoriale giovanile di poco conto, è al suo primo lungometraggio da protagonista. Pare sia stato scelto da Colizzi sostanzialmente perché il regista aveva bisogno di un personaggio con la sua stazza, e il mercato non offriva altro...
Pur tuttavia, in embrione si possono già intravedere tutte le caratteristiche salienti del duo. Le scazzottate (anche se qua sono verosimili e fanno male: lasciano lividi, provocano ferite sanguinolente e fanno perdere i sensi), la caratterizzazione della coppia, con un personaggio astuto e veloce e l'altro un po' più tonto e possente, il continuo battibeccare tra i due a guisa di cane e gatto, la bonaria composizione della vicenda. Anche un certo buonismo, che sarà proprio della "poetica" del duo, può essere intercettato in filigrana: Earp (Bud Spencer) impersona  il pistolero onesto e a suo modo integerrimo (quasi reazionario, in ambito spaghetti!) che vuole riportare il malloppo all'assicurazione per cui lavora e Doc (Terence Hill) recita la parte del Clint Eastowood e del Franco Nero di turno, ma alla fine, per quanto da una parte espliciti la sua volontà di appropriarsi dell'oro, dall'atra lascia intendere tra le righe che non è poi del tutto certo che finirà così.
Ciò detto e giustamente rimarcato, la nascita del duo Spencer-Hill non deve far passare in secondo piano la prova decisamente convincente e a tratti memorabile dell'antagonista, Frank Wolff, (nei panni dell'astuto e perfido Bill Santantonio), per l'occasione doppiato da Oreste Lionello (sarà per questo che mi ricorda in maniera precipua Gene Wilder, al quale in effetti assomiglia solo vagamente nei tratti somatici).
La trama del film è l'ennesima (ma ben congeniata) variazione sul tema del classico archetipo leoniano, così come molto leoniana è la direzione di Colizzi, con ambientazioni, primissimi piani e caratterizzazione dei personaggi che devono non poco all'insegnamento di Bob Robertson. Non di meno, il film appassiona, scorre con un buon ritmo e non ha assolutamente il sapore dell'emulazione stantia, sotto nessun punto di vista, con tanto di mexican standoff "monco" sul finale.
Ottima (questa, per nulla morriconiana!) la colonna sonora di Carlo Rustichelli, il quale, come anche in altre circostanze, a tratti strizza l'occhio più ai classici hollywoodiani che non ai commenti sonori tipici dello "spaghetti".

giovedì 26 luglio 2012

Sentenza di morte

1968, di Mario Lanfranchi. Con: Robin Clarke, Richard Conte, Enrico Maria Salerno, Adolfo Celi, Tomasa Milian, Luciano Rossi.


Sentenza di morte è, di fatto, un film ad episodi, l'unico che mi venga in mente nell'alveo dello spaghetti western.
La vendetta di Cash (un inespressivo e un po' anonimo Robin Clarke) pare essere un mero pretesto per lo sviluppo delle quattro vicende. L'intreccio così strutturato porta al parossismo sul piano narrativo (e su quello della caratterizzazione dei villains) l'idea, già sviluppata da Giulio Petroni in Da uomo a uomo, della ricerca ad uno ad uno degli assassini della propria famiglia (in questo caso del fratello) per poter compiere la più classica delle vendette. Idea per altro ripresa anche da Quentin Tarantino con i due volumi del revenge movie per eccellenza degli anni 2000, Kill Bill.
Veri protagonisti - e pezzi da novanta del film - sono i villains che Cash insegue per compiere la propria vendetta. I "cattivi" di super lusso sono, nell'ordine: Richard Conte (il più umano e fragile), uno straordinario Enrico Maria Salerno (il raffinato ed acuto gambler), Adolfo Celi (il sedicente prete col vizietto della Colt) ed un allucinato Tomas Milian, bravissimo nella parte (che sembrerebbe studiata pensando a Klaus Kinski) dell'albino biancovestito con il debole per l'oro e per le donne bionde.

Ad ogni vendetta di Cash l'atmosfera cambia radicalmente (come detto, si tratta di veri e propri episodi, uniti solo dal comun denominatore della vendetta, che è però poco più di un - eccellente - pretesto) e man mano che si passa al villain successivo, il clima si fa sempre più tetro e straniante, in un climax ascendente che porta sino al finale, decisamente sopra le righe, a metà strada tra l'horror gotico ed il pop lisergico.
Particolarissima (e bella) la colonna sonora di Gianni Ferrio, imbottita di inserti ed influenze jazz.

mercoledì 25 luglio 2012

7 Dollari sul rosso

1966, di Alberto Cardone. Con: Anthony Steffen, Fernando Sancho, Roberto Miali, Elisa Montés, Loredana Nusciak, Bruno Carotenuto, Josè Manuel Martin.


Prima di puntare 1.000 Dollari sul nero, stravincendo, Alberto Cardone (prodotto in entrambi i casi da Mario Siciliano), tenta la fortuna sul rosso. Anche qua, l'allusione del titolo al gioco d'azzardo è un calembour: i 7 Dollari de quibus sono quelli che il perfido bandolero "Sciacallo" (Fernando Sancho) getta in segno di spregio sulla gonna purpurea della moglie di Johnny Ashley (Anthony Steffen, più sciolto del solito, in una delle sue migliori performance) dopo averla freddata, durante il prologo del film.
La prima parte della pellicola, invero, viaggia a tre cilindri. Risulta un po' raffazzonata, approssimativa e non così travolgente, pagando il combinato disposto del solito budget risicato e dell'evidente fretta con cui è stato girato (e montato) il film. Il vano girovagare di Johnny Ashley, assetato di vendetta ma, soprattutto, alla ricerca del figlio Jimmy di 2 anni, rapito dallo "Sciacallo", e le gesta di quest'ultimo appaiono un po' slegati e l'incedere narrativo sincopato, non riuscendo ad incanalare il film sul binario giusto.
Tutt'altra musica nella seconda metà dell'opera quando, dopo un'ellissi decisamente acrobatica, ci viene presentato Jimmy (Roberto Miali, ottimo nella parte) ormai adulto e convinto di essere figlio dello Sciacallo e della sua donna.
Da questo momento, la pellicola prende tutta un'altra piega, facendo proprio un ritmo incalzante e migliorando incredibilmente in ogni suo aspetto (fotografia, montaggio... perfino la colonna sonora di Francesco De Masi è più funzionale e coinvolgente!). Insomma, diventa - inaspettatamente - un bel film, con un drammaticissimo e bellissimo duello finale da tregenda, sotto la pioggia battente.
7 Dollari sul rosso può essere considerato il primo capitolo di una nerissima trilogia, composta dal presente film, dal già citato 1.000 Dollari sul nero e da I vigliacchi non pregano di Mario Siciliano (come accennato, già produttore - pare molto assillante e proattivo sul set - delle altre due pellicole).
L'dea di fondo, dichiarata sin dalla citazione biblica iniziale, dal libro di Salomone (che poi, mutatis mutandis, è di base il concetto ripreso e in un certo senso portato elle estreme conseguenze da Jean-Jaques Rousseau con il suo mito del buon selvaggio), è quella di ritagliare un intreccio narrativo poggiato sulla pessimistica idea che, per quanto puro alla nascita, l'uomo che viene a contatto con il male ne verrà irrimediabilmente contagiato e corroso, ed anzi - vedasi il caso di specie - diverrà ancora più malvagio dei suoi stessi mentori. Cruciale e sintomatico, in quest'ottica, il folle e spietato omicidio della matrigna compiuto da Jimmy sul tragico finale, prima dello straziante ed inevitabile scontro padre-figlio.
Fortissime le analogie con la conclusione degli altri due episodi della trilogia: in 1.000 Dollari sul nero sarà messo in scena un duello tra fratelli (Caino ed Abele, dove però a perire sarà uno psicotico Caino, interpretato da un memorabile Gianni Garko), mentre in I vigliacchi non pregano lo scontro rappresentato vedrà contrapposti due amici (con ancora uno strerpitoso Garko - un valore aggiunto, è d'uopo rimarcarlo - nella parte dello sfaccettatissimo villain), in contesti che fanno riecheggiare richiami tanto biblici (da Vecchio Testamento) quanto da tragedia greca.


martedì 24 luglio 2012

I vigliacchi non pregano

1969, di Mario Siciliano. Con: Gianni Garko, Ivan Rassimov, Roberto Miali, Luciano Pigozzi, Elisa Montés.

Premessa: ho visto il film in condizioni a dir poco precarie, al limite del drammatico. Sono riuscito a reperire unicamente una sghembissima copia carbonara del film, composta da un tragico collage di, nell'ordine: versione doppiata in francese (tutto il prologo), pessima versione in italiano (ma nei limiti dell'accettabile) e, per concludere in bellezza, riversamento del filmato da videocassetta contenente spezzoni di film registrati da tv locale sconosciuta e dalla qualità audio/video che lascio immaginare al lettore (fuori dai limiti dell'accettabile). Il tutto, con audio altalenante nei picchi di volume e spesso e volentieri fuori sincrono, roba che a confronto i deliri di Ghezzi a Fuori orario sembravano acute lezioni di dizione.
Ciò detto, fosse stato un filmaccio da battaglia non me sarebbe importato un granché, ma dato che la pellicola, per quanto non troppo nota, è assolutamente di pregio e degna di considerazione (nonostante sia abbastanza evidente la scarsezza di mezzi con cui è stata girata), un po' le balle mi sono girate, mi si passi il francesismo.
Primo (e temo unico rimarcabile) film di Mario Siciliano dietro la macchina da presa (dopo essere stato il produttore - molto presente sul set, pare - di 7 Dollari sul rosso e 1.000 Dollari sul nero di Alberto Cardone), I vigliacchi non pregano è un'altra pellicola nerissima, che vede come protagonista uno straripante Gianni Garko. Le convenzioni vorrebbero che il protagonista fosse il "buono" Daniel, impersonato da Ivan Rassimov - al secolo Ivan Djerasimovic e qua accreditato come Sean Todd - ma in questo caso il personaggio positivo è a mio avviso secondario, plasmato con la finalità principale di rendere più agevole lo sviluppo delle caratteristiche del "cattivo". Questi - il perfido e sulfureo Bryan Clarke animato da Gianni Garko - non è però un villain convenzionale. È un personaggio sfaccettato, che all'inizio sembra essere solo la vittima di un sopruso, in conseguenza del quale ci si immagina una canonica vicenda di vendetta e rappresaglia, che tuttavia non prenderà mai forma.

Nel prologo, infatti, alcuni soldati nordisti, nonostante la Guerra si Secessione si sia conclusa, si introducono forzosamente in casa di Bryan uccidendone la moglie, dopo averne abusato, e ferendolo quasi mortalmente.
Quando il Nostro riprende conoscenza dopo alcuni giorni (grazie a Daniel, che lo salva quasi per caso) inizia un climax ascendente che disvela a poco a poco - allo spettatore ma, soprattutto, al suo salvatore, con il quale instaura inizialmente un rapporto di amicizia - la vera e crudelissima natura di Bryan, che sembra quasi voler utilizzare la rabbia per i tragici accadimenti e la spinta vendicativa (verso ignoti, atteso che durante il fattaccio ha parzialmente perso la memoria e non riesce a ricordare i volti del gruppo di assassini) quali alibi per poter finalmente mostrare, anche a se stesso, la sua vera natura, totalmente permeata dal male e votata alla commissione di crimini sempre più efferati.
La sua natura luciferina lo porterà, in una spirale di sempre maggior follia, ad uccidere volontariamente od involontariamente tutte le persone che intrattengono con lui delle relazioni umane ed evaporerà soltanto con il tragico epilogo, dopo un insolito duello esilmente illuminato dalle luci appena abbozzate di una miniera.

Memorabili anche gli altri duelli presenti nel film: uno, quasi surreale, si svolge in un stalla buia, al "chiaro di sigaro" (come teorizzato da Leone - celebri le sue discussioni con Clint Eastwood, che detestava il fumo ed era disgustato dal fatto di dover tenere costantemente il sigaro fra le labbra - ancora una volta il mezzo toscano è uno dei protagonisti di spicco del western all'italiana!); l'altro, contempla una folle roulette russa (due pistole caricate a salve, con un unico colpo mortale) pretesa da un invasato pastore per avere la prova divina della colpevolezza del figlio, in procinto di essere arrestato da Daniel, che è divenuto nel frattempo sceriffo, ad evidenziare ancor più l'allargarsi della forbice tra la sua moralità, convenzionale, e la psicotica natura di Bryan.
Daniel stesso alla fine, per poter neutralizzare la dilagante follia del Nostro, dovrà rinunciare alla stella appuntata sul petto: per sconfiggere il male, è necessario avvicinarsi alla sua aura, per poi rimanerne inevitabilmente marchiati: gran finale da tragedia greca.



venerdì 20 luglio 2012

La notte dei serpenti

1969, di Giulio Petroni. Con: Luke Askew, Luigi Pistilli, Magda Konokpa, Chelo Alonso, Luciano Casamonica, Franco Balducci, Guglielmo Spoletini.

Insieme a Da uomo a uomo (il "classico" post leoniano), Tepepa (il tortilla western) e ... e per tetto un cielo di stelle (l'antesignano di Trinità) è il quarto capitolo della tetralogia dei grandi film di Giulio Petroni nell'ambito spaghetti (escludendo La vita, a volte, è molto dura, vero Provvidenza?, girato ormai in piena foga fagioli western e, purtroppo, trascurabile).
La notte dei serpenti è un ottimo film western, (seppur considerato poco riuscito da Petroni stesso che, incredibilmente, fra i suoi lavori gli preferiva il primo capitolo comicarolo di Provvidenza!), con un fantastico e biondissimo Luke Askew nei panni del pistolero (uno dei più originali comparsi sulle scene dello spaghetti western) alcolizzato, dalla mano tremula, taciturno e con i piedi perennemente infilati nei sandali: penso si tratti di un caso unico nella storia del genere, dove lo stivale l'ha sempre fatta da padrone, anche più della Colt o del Winchester!
La trama è ambientata in Messico, dove però per una volta lo zapatismo non c'entra nulla e dove, conseguentemente, il gringo di turno non è implicato in picaresche vicende pararivoluzionarie, ma, vivacchiando un trasandato ed alcolico autoesilio (per via di un tragico accadimento, disvelato a poco a poco nel corso della narrazione, con una efficace e centellinata sequenza di flash back), si trova coinvolto in una vicenda dalle tinte noir, al termine della quale riuscirà a ritrovare se stesso. Il personaggio interpretato da Luke Askew appare una volta di più come un pistolero sui generis, dedito al riscatto della sua condizione personle e non alle tipiche finalità del genere, econimiche o, al limIte, di vendetta. Condivide con i suoi "colleghi" solo le misteriorse origini e l'ancor più oscuro futuro.
Decisamente apprezzabile il commento musicale di Riz Ortolani.